Blog Musicale
Balla Con Me

10/5/2009 - Per chi del rock, talvolta, sa anche fare a meno

 

 

KING CRIMSON

Island (1971)

 

     Sulla band di Robert Fripp si è detto e scritto molto nel corso degli anni, forse addirittura troppo. Tuttavia, all’interno della discografia dei King Crimson prima maniera, quest’album è quello considerato forse come il più debole o il meno ispirato, oppure, per usare una definizione tanto cara ai critici musicali, un album «minore». Ma la domanda, legittima, continua ad affiorare ripetutamente e con una certa perentorietà alle labbra di ogni ascoltatore dotato di sensibilità e spirito valutativo: cosa fa di questo disco, rispetto alle precedenti e successive fatiche discografiche dei King Crimson, un album meno importante? La risposta, ciò nondimeno, se si tengono presenti quelle che sono le vere costanti della critica specializzata, ossia un’ignoranza irreversibile unita a una cronica mancanza d’acume, è abbastanza ovvia. Island, fra i lavori partoriti dalla mente di Robert Fripp, è sicuramente il disco a più ridotta percentuale di rock, e questo, unito a una totale estraneità rispetto a qualsiasi altro prodotto dell’industria discografica – cosa che, per altro, avrebbe già dovuto esser chiara e manifesta sin dal primo album (In the Court of the Crimson King, 1969) – agli occhi di certa critica, e di taluni fans per ottusità indubbiamente affini agli esegeti in questione, ha rappresentato e rappresenta tuttora un malcelato difetto. E così, nonostante la cifra più alta di questo disco sia proprio una sostanziale indifferenza ai coevi sviluppi del progressive inglese e una complessità di temi che sfugge totalmente alle etichette di genere, a causa di questa sua 'diversità' Island non ha mai beneficiato della fama che meritava, rimanendo confinato entro quel limbo dove risiedono i capolavori incompresi, in attesa che qualcuno venga a riconoscer loro i dovuti onori.

     L’album si apre con Formentera Lady, esito estremo di quel raffinato manierismo che sull’esordio discografico caratterizzava canzoni come I talk to the Wind o Moonchild. La prima parte del brano è arricchita dalle splendide melodie del piano – suonato per l’occasione da Keith Tippett – e dalla voce delicata di Boz Burrel, mentre la seconda, grazie anche ai vocalizzi eterei e distanti di un soprano, assume un tono meno romantico e decisamente più mistico, quasi inquietante. A Sailor’s Tale è uno dei brani più geniali dell’intera carriera di Fripp. Con una straordinaria progressione che non conosce eguali all’interno del panorama musicale contemporaneo, nel volgere di sette minuti si susseguono senza sosta i ritmi serrati e debordanti di Ian Wallace con i lancinanti vagiti free jazz del sax di Mel Sollins, le isteriche sovraincisioni chitarristiche di Fripp con la pomposità del synth, in un crescendo spinto oltre i più estremi parossismi sonori. L’inizio di The Letters è tra i più romantici che si possano ascoltare nei dischi dei King Crimson, ma, fedele alla totale e anarchica mancanza di linearità che contraddistingue tutto il disco, è una dolcezza che dura poco per lasciar spazio ad altro. La seconda parte del brano, infatti, prima di riallacciarsi alle melodie iniziali, esplode in un folle e lacerante assolo di sax in cui fanno da contorno i rintocchi della chitarra trattata. Ladies of the Road, dove Peter Sinfield trova il modo d’elogiare le groupies, è un bel jazz dinamico, stravolto, sul quale i “quattro ragazzi di Liverpool” vengono dileggiati neppure troppo velatamente. Song of the Gulls è uno strumentale per archi e oboe che prelude chiaramente al pezzo successivo, Island. Ciò che si è detto per l’incipit di Formentera Lady vale anche per il brano che chiude il disco. Ma, se il primo pezzo era diviso fra dolcezza e sperimentazione, qui c’è spazio solamente per le più raffinate melodie. Difficile, o meglio impossibile, descrivere la struggente leggerezza di questo brano, le delicate melodie del pianoforte, il crescendo del synth, la voce di Boz, l’assolo di Collins, il generale e diffuso intimismo che ogni singolo frammento riesce a sprigionare. Una tra le più belle canzoni dei King Crimson, posta a chiusura di un album molto spesso incompreso.

     Fama crescit eundo, ebbe a scrivere Virgilio, e, dal momento che la fama è purtroppo in grado di spingersi anche regressivamente e ingenerare così un processo denigratorio contro chi, talvolta, non lo meriterebbe nemmeno, mai parole furono più veritiere. Speriamo in questo caso possa invertire la rotta, anche se, in caso contrario, non ci rammaricheremo troppo e continueremo a lasciarci commuovere ogni qual volta Island prenderà a girare sul piatto del nostro giradischi.

 

Brano migliore: A Sailor’s Tale

 

Perché è su Relics: Perché dal 1969 al 1975 all’interno della discografia dei King Crimson non c’è una sola nota da scartare. 

 

Dove ascoltarlo: Dopo la mezzanotte in un caffè letterario dal sapore retrò, sprofondati in una poltrona mentre fuori imperversano gli elementi.      

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7/5/2009 - Sotto il segno dell'Ariete

 

 

FRANCO BATTIATO

Sulle corde di Aries (1973)

 

     Franco Battiato non ha certo bisogno di presentazioni. Tuttavia, all’interno della sua vastissima e ultratrentennale discografia, gli album pubblicati nei primi anni ’70 non godono forse della meritata fama, e questo nonostante siano tra i lavori più complessi, articolati e affascinanti della sua lunga carriera. Dopo Fetus (1971) e Pollution (1972), entrambi assai originali e spregiudicati dal punto di vista dei testi e della ricerca musicale, ma comunque non lontani dal percorso intrapreso da numerosi gruppi progressive dell’epoca, ci si sarebbe forse potuti aspettare un disco maggiormente sbilanciato proprio verso quel tipo di sonorità. Il terzo album dell’artista siciliano, però, spiazza decisamente sia il pubblico che la critica, indirizzandosi coraggiosamente verso l’avanguardia, verso una musica «totale», come qualcuno l’ha definita, che poco spazio lascia all’improvvisazione e che si concentra piuttosto sulle partiture. A dominare lungo tutto il disco è una spazializzazione mai sentita prima, una certa aria di assoluta e irripetibile novità, un eccezionale equilibrio fra i moltissimi strumenti presenti e le stupende sovrapposizioni vocali. Non a caso il chitarrista Gianni Mocchetti, sottolineando proprio la straordinaria freschezza compositiva dell’album e la sua unicità sia nel panorama musicale di allora che in quello odierno, dirà: «già nel registrarlo, alla Regson, si avvertiva un fatto anomalo rispetto a qualsiasi altro prodotto fonografico».

     La lunga Sequenze e frequenze copre tutto il primo lato del disco, e già dalle prime note del sax, contrappuntate dalla voce distante di un soprano e dai vagiti sintetici di quel vcs3 tanto caro al cantautore di Ionia, s’intuisce il potenziale di un disco dove nulla è lasciato al caso e ogni minimo dettaglio è curato sin nei minimi particolari, persino nei momenti di più intensa concitazione strumentale. La voce di Battiato s’inserisce lieve e improvvisa su questo tappeto musicale insolito, modulando paesaggi sonori carichi di misterioso fascino e in perfetta sintonia con la nostalgica malinconia del testo, dove, così come avverrà soprattutto nel decennio successivo, sono abbastanza palesi i richiami al passato e all’infanzia: «La maestra in estate ci dava ripetizioni nel suo cortile. Io stavo sempre seduto sopra un muretto a guardare il mare, e ogni tanto passava una nave». Aries  chiaro riferimento al segno zodiacale dell’ariete sotto cui il cantautore è nato – è un brano in costante evoluzione: alle iniziali pulsioni elettroniche si aggiungono via via una sezione ritmica sempre più incalzante, i contrappunti della chitarra e infine un sax dal vago sapore free-jazz. Aria di rivoluzione è un pezzo per certi versi tripartito, ma nel quale si procede senza alcuna apparente soluzione di continuità fra le porzioni del brano, così che, nel volgere di cinque minuti, si passa dall’iniziale parte cantata al recitato in tedesco di Jutta Nienhaus – voce femminile degli Analogy – fino alla bellissima coda strumentale, come se un invisibile filo conduttore legasse insieme le tre parti e rendesse ovvio il passaggio da una dimensione all’altra. Chiude il disco Da Oriente a Occidente, brano dove l’iniziale e vagamente lisergica parte cantata è seguita da un complicato sviluppo strumentale in cui risultano preponderanti i fiati e le percussioni. Il transito dall’uno all’altro livello del pezzo, però, anziché essere camuffato dietro scaltre soluzioni armoniche – come avveniva nel brano precedente – adesso è volontariamente messo in rilievo dallo svolgersi febbrile e per certi versi esotico della seconda parte della canzone, in netto contrasto con la sognante parte iniziale. Nemmeno stavolta, tuttavia, si avverte alcunché di stridente o contraddittorio: ogni singola nota che compone questo capolavoro assoluto della musica italiana, pur nella sua ardita spregiudicatezza, è una tessera posizionata con cura, un tassello imprescindibile collocato sapientemente all’interno di un’architettura sonora sempre in bilico fra acustica ed elettronica.

     Da avere a qualsiasi costo.

 

Brano migliore: Tutti

 

Perché è su Relics: Perché Battiato, nel tentativo di andare oltre, con questo disco è riuscito a spingersi talmente avanti da sembrare irraggiungibile persino oggi.   

 

Dove ascoltarlo: Al concerto di Gigi D’Alessio (muniti del vostro fedele lettore mp3 che per l’occasione sarà opportunamente posizionato at maximum volume e dotato non ti auricolari ma di cuffie dinamiche ad alta fedeltà) cercando di guardare con aria beffarda e canzonatoria quelli che nello stesso momento osservano estasiati il palco.  

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7/5/2009 - Italienische kosmische Muzik

 

 

BAFFO BANFI

Ma, dolce vita (1979)

 

     Giuseppe “Baffo” Banfi fu uno dei due tastieristi della storica band lecchese Biglietto per l’inferno. Subito dopo l’uscita del primo omonimo album, nel 1974, il gruppo intraprese una fortunata tournée che portò i suoi componenti dapprima in giro per l’Italia e successivamente anche in Svizzera. Proprio durante uno di questi concerti oltre le Alpi Baffi e compagni ebbero modo di conoscere Klaus Schulze. Da questo incontro – casuale! – si gettarono le basi per una futura collaborazione: l’ex Tangerne Dream, infatti, si sarebbe dovuto occupare della produzione del successivo album della band di Lecco. Come sappiamo, però, i Biglietto per l’inferno si sciolsero di lì a poco – forse a causa del fallimento della Trident – e malgrado all’indomani della tournée fosse già quasi del tutto ultimato, Il tempo della semina uscì postumo soltanto vent’anni dopo.

     Nonostante le disavventure che portarono alla fine del suo storico gruppo, e alla momentanea sospensione dell’attività concertistica, Baffi cercò di mantenere vivi i contatti con Schulze. Così, dopo l’uscita del suo primo album da solista (Galaxy my dear, 1978), pubblicato da una piccola casa discografica italiana, la Red Record, Banfi ebbe modo di registrare il suo nuovo lavoro direttamente per l’etichetta di Schulze, la Innovative Communication. L’album, interamente strumentale e pregno di quelle atmosfere tanto care a certa parte della Kosmische Musik tedesca, quasi a volerne sottolineare la diretta discendenza venne pubblicato solamente in Germania. In effetti Ma, dolce vita, senza nulla togliere all’effettivo potenziale del disco, sembra davvero partorito in quel clima dove già in precedenza erano nati Phaedra e Stratosfear dei Tangerne Dream o Moondawn dello stesso Klaus Schulze.

     Apre l’album Oye cosmo va, un brano che sin dal titolo sembrerebbe preludere a una qualche ironica parodia –  e in effetti l’inizio giocato tutto sul ritmo e l’effettistica suona un po’ beffardo e straniante – ma che lentamente si dilata e si arricchisce di sovrapposizioni armoniche senza lasciare più alcun dubbio sulla svolta cosmica di Banfi. Quella dolce estate sul pianeta Venere ci immerge invece fin da subito in un’atmosfera onirica, eterea, mantenendo inalterato per tutta la durata del pezzo un certo tono nostalgico e sognante, cadenzato, a tratti sfuggente. Vino, donne e una tastiera è un brano che potrà forse strapparci qualche sorriso per il titolo, ma che durante l’ascolto ci ipnotizza col suo ritmo lento e sincopato, a dettare l’andamento delle tastiere e scandirne le malinconiche melodie. Astralunato è un breve ma fascinoso divertissement, un intermezzo di pulsioni sonore che sembrano provenire da uno spazio remoto, indeterminato. Fantasia di un pianeta sconosciuto occupa interamente la seconda facciata del disco con i sui diciotto minuti di follia elettronica. Tutti gli elementi presenti sul primo lato fanno qui la loro ri-comparsa, vengono rifusi e plasmati per creare un’architettura sontuosa e in continua evoluzione, un vorticoso e incessante progredire in cui è possibile individuare due linee armoniche affiancate – una più leggera e impalpabile, l’altra più marcata e vibrante – quasi due linee parallele che corrono una di fianco all’altra, verso l’infinito, senza mai incontrarsi.

 

 

Brano migliore: Quella dolce estate sul pianeta Venere

 

Perché è  su Relics: Perché ogni italico amante della Kosmische Musik sappia che d'ora in poi potrà godere anche dei frutti della patria (e ogni teutonico amante della Musica Cosmica che d'ora in avanti potrà anche tener conto di ciò che è stato fatto oltre i confini tedeschi).

 

 

Dove ascoltarlo: In terrazzo, con gli occhi alle stelle e la manopola del volume spostata completamente a destra.

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3/5/2009 - Un profeta nel deserto

 

LUCIANO CILIO

Dialoghi del presente (1977)

 

     «In queste registrazioni si può chiaramente percepire una necessità che raramente si trova nella musica: un momento nel quale si può veramente sentire un artista in reale contatto con se stesso. Luciano Cilio coglie quell'attimo sospeso nel tempo, come un autentico testamento emotivo, qualcosa da tenere a cuore».

(Jim O’Rourke)

 

     Il 13 giugno 1979 Demetrio Stratos moriva in un letto d’ospedale di New York. Il giorno dopo, all’Arena di Milano, un grande concerto – organizzato originariamente per raccogliere fondi da utilizzare nella costosissima degenza del cantante degli Area – metteva sullo stesso palco artisti provenienti da tutta Italia. Tra questi, per chi non lo sapesse, c’era anche Luciano Cilio. Aspetti musicali italiani degli anni ’70, titolo del concerto, divenne anche un disco, un doppio LP pubblicato quello stesso anno dalla Cramps. Sulla copertina, dove vennero riportati i nomi dei musicisti coinvolti nel progetto, figurava anche quello di Luciano, ma il brano, giudicato troppo «trasgressivo e lontano dai canoni sia del rock che della musica contemporanea», venne purtroppo scartato. Inutile dire quanto una scelta del genere, anche a distanza di trent’anni, appaia opinabile e contraddittoria per un’etichetta che aveva acquistato notorietà proprio grazie a pubblicazioni fuori dall’ordinario quali gli album degli Area, i dischi solisti dello stesso Stratos oppure gli esperimenti di John Cage, solo per citare qualche nome. Eppure, questa piccola considerazione può fornirci in qualche modo la misura di ciò che la musica di Luciano Cilio dovette rappresentare, di quanto fosse distante da ogni tipo di schema, assolutamente non etichettabile e sostanzialmente lontana anche dalla forma mentis dei cosiddetti avanguardisti.

     Il disagio di fare musica fuori dai canali istituzionali – e verrebbe anche da dire oltre i canali istituzionalizzati – non è certo un problema legato al recente andamento discografico in cui il criterio perseguito, l’unico, è quello della massimizzazione dei profitti. Nel panorama musicale underground della Napoli anni ’70 c’è stato spazio anche per Luciano, tant’è che il suo nome, accanto a quello del violinista Jean-Luc Ponty, è tra i musicisti presenti sul primo album di Alan Sorrenti (Aria, 1972). La produzione personale, tuttavia, proprio a causa della sua completa estraneità a qualsiasi modello predefinito, e dunque lontana dai dettami del mercato, incontrò il disinteresse e la freddezza sia del pubblico che della critica specializzata. A testimonianza di ciò basti dire che il disco Dialoghi del presente era già stato composto nel ‘69, e quantunque vide la luce nel 1977 dovette prima scontrarsi con l’ostinazione e le diffidenze di molte case discografiche.

     Luciano Cilio ha composto, orchestrato e diretto personalmente tutte le composizioni – le prime quattro intitolate Quadri della conoscenza e l’ultima Interludio – suonando fra l’altro chitarra, basso, sitar, mandola, flauto e pianoforte, mentre le percussioni sono affidate invece a Toni Esposito. Sebbene la strumentazione elencata sul retro del disco potrebbe far pensare a un ensemble esagerato e ridondante, ascoltare questi brani significa percorrere forme inesplorate di raffinato ed elegante minimalismo dove ogni possibile eccesso è assolutamente bandito. Con una continuità del tutto naturale, e impensabile per l’Italia dell’epoca, viene destrutturata ogni probabile convenzione musicale e stilistica a favore di uno straniante alternarsi di melodie e silenzi, intersezioni vocali e spazi vuoti, percussività e accordi sospesi nel vuoto. Ma dare attraverso le parole una pur minima e vaga idea di cosa siano veramente queste cinque composizioni sarebbe un’impresa del tutto sterile, persino presuntuosa. È musica che va oltre la musica, al di là dei regolari codici espressivi, talmente in anticipo o addirittura divergente rispetto al proprio tempo e alla propria realtà da far pensare che il suo autore sia davvero riuscito a scavalcare d’un sol balzo John Cage o Pierre Boulez come fossero eroi superati, fautori di uno sperimentalismo arido e inespressivo. Forse le parole dello stesso Luciano, meglio che le nostre, potrebbero fornire una pur limitata e approssimativa idea dell’insolubile universo interiore cui ha dato vita attraverso i suoi Dialoghi del presente: «La musica, al di là della propria costruzione di un oggetto sonoro è in fondo proprio la volontà di materializzazione di un universo alternativo, un habitat altro da sé dove la coscienza del tempo reale possa essere addirittura nullificata».

     Una doverosa nota di merito va all’etichetta italiana Die Schachtel, grazie alla quale, in seguito alla pubblicazione del CD Dell’universo assente (2004), che raccoglie sia l’album Dialoghi del presente che sei altre composizioni rimaste inedite, abbiamo oggi l’opportunità di ascoltare tutti i brani scritti da Luciano Cilio fino al 1983, anno in cui si tolse la vita.

BRANO MIGLIORE: Nonostante la presenza di cinque tracce suddividere e/o scomporre l’album risulta impossibile, nonché improduttivo. Lo si consideri piuttosto come un unicum musicale che bisogna ascoltare sempre dall’inizio alla fine.

PERCHÉ È SU RELICS: Perché, a ventisei anni dalla sua scomparsa, il sacrificio di questo straordinario artista sia valso almeno a qualcosa.

DOVE ASCOLTARLO: Che importa? Chiudete gli occhi e schiacciate play.

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1/5/2009 - I «voli magici» di un menestrello

 

 

CLAUDIO ROCCHI

Volo magico n.1 (1971)

 

     L’Italia può vantare senza ombra di dubbio una tradizione cantautorale ricchissima e che di fatto non ha mai conosciuto vere e proprie soste. Ma è nel corso dei ’70 che alcuni di questi cantautori iniziano progressivamente a staccarsi dalla consueta forma canzone e ad avvicinarsi sempre più alle nuove sonorità che percorrono la musica di quegli anni. E così, dalla fusione di queste due componenti – attenzione e cura per i testi da un lato e ricerca sonora dall’altro – proprio in questo periodo vedono la luce alcuni preziosi lavori che sarebbero certo impensabili altrove e in altra epoca. Sperimentali, innovativi, colti, talvolta persino audaci nella loro libertà compositiva e totale mancanza di schemi, i dischi nati dal fertile incontro fra canzone d’autore e nuovi linguaggi musicali, di norma, sono soltanto tappe all’interno delle singole discografie di questi artisti, e molto spesso anche dei capolavori mai più ripetuti.

     Leggermente diverso appare l’iter umano e artistico di Claudio Rocchi, la cui carriera era iniziata come bassista degli Stormy Six – coi quali nel 1969 registra il loro album di debutto Le idee di oggi per la musica di domani – e solo in seguito, dopo la separazione dal gruppo, indirizzata verso un progetto di tipo cantautorale. Già il primo album (Viaggio, 1970), il quale conteneva in vitro quegli stessi elementi costitutivi presenti sul disco successivo, metteva in evidenza gl’intenti di un artista interessato sia al lato contenutistico e testuale delle sue composizioni che a quello di ricerca e sperimentazione sonora. Ad ogni modo, se pur coraggioso e degno di lode, questo esordio discografico rimane ancora legato a schemi compositivi più o meno ordinari, poiché tutti e undici i brani che lo compongono sono di breve durata e, se pur impreziositi da arrangiamenti raffinati e belle divagazioni strumentali (c’è Mauro Pagani al flauto), risultano comunque vincolati alla forma canzone propriamente detta. Così, sebbene preceduto da un ottimo lavoro, Volo magico n. 1 rappresenta forse un capitolo unico e irripetibile nel percorso musicale di Claudio Rocchi, anche perché, dopo la svolta mistica che lo porterà di lì a poco a compiere lunghi viaggi in India, gli album successivi, se pur di pregevole fattura, saranno maggiormente sbilanciati verso la contaminazione etnica e sostanzialmente lontani dagli esiti cui era approdato il disco che stiamo prendendo qui in esame.

     Il brano omonimo, con i suoi diciotto minuti e oltre, copre l’intera prima facciata del disco. È un sontuoso caleidoscopio di umori, situazioni, momenti, in un crescendo ipnotico che parte dal delicato folk psichedelico iniziale e si evolve in un mantra dal sapore esotico – con le chitarre di Alberto Camerini in bella evidenza – approdando poi, nella seconda parte del pezzo, a un più energico e articolato rock di chiara derivazione progressive, salvo poi chiudersi sulle splendide e sognanti note di un pianoforte. La seconda facciata del disco è occupata da tre soli brani: La realtà non esiste è una delicatissima canzone per piano e voce; Giusto amore è una lunga cavalcata acustica, a metà strada fra Donovan e Bob Dylan, con la malinconica voce di Claudio Rocchi sopra tutti gli altri strumenti; chiude l’album Tutto quello che ho da dire, introspettiva e onirica, leggera e tenue quasi quanto una ninna nanna, degno finale di un disco costantemente sospeso fra meditazione e digressioni strumentali.

     Volo magico n. 1, se pur coerente col sogno generazionale dell’underground e perfettamente inserito nel panorama culturale del tempo, è stato dunque un album innovativo, fonte d’ispirazione per molti altri artisti venuti dopo (qualcuno ha giustamente rilevato parecchie affinità con l’esordio di Alan SorrentiAria, 1972 – e non soltanto per la presenza di un brano lungo un’intera facciata e costruito sulla sovrapposizione e l’intreccio di più stili), un’audace proposta musicale che in Italia non ha avuto precedenti, un disco che ha saputo prender le mosse da una tradizione oramai stantia e imboccare coraggiosamente un fascinoso percorso di ricerca e sperimentazione.

 

Brano migliore: Volo magico n. 1

 

Perché è su Relics: Perché la doverosa ri-scoperta del rock italiano anni ’70 passa anche da qui.

 

Dove ascoltarlo: In aperta campagna, distesi su di un prato fiorito a guardare le nuvole come le marionette di Jago e Otello nel cortometraggio di Pasolini. 

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1/5/2009 - Quando gli alieni atterrarono a Parigi

 

 

DASHIELL HEDAYAT

Obsolete (1971)

 

     È forse noto come Daevid Allen, primo chitarrista dei Soft Machine, venisse bloccato in Francia durante una tournée col suo gruppo e costretto così a rimanere a Parigi – pare per irregolarità nel passaporto – mentre i compagni facevano ritorno in Inghilterra. E altrettanto nota dovrebbe essere la successiva nascita dei Gong, per opera dello stesso Allen e di numerosi altri musicisti del circuito underground parigino, la cui carriera prese le mosse proprio nella Francia del ‘68.

     Dashiell Hedayat è lo pseudonimo col quale l’artista e cantautore francese Jack-Alain Léger pubblicò il suo secondo album (il primo – La Devanture des ivresses, 1969 – era stato pubblicato con lo pseudonimo di Melmoth) avvalendosi della collaborazione di Daevid Allen, Christian Tritsch, Didier Malherbe, Gilli Smyth e Pip Pyle, ossia la formazione dei Gong quasi al completo prima che questa facesse rotta verso l’Inghilterra e desse vita alla famosa trilogia della «teiera volante».

     Così, da questa occasionale ma fortunata cooperazione, è nato Obsolete, album bizzarro e a prima vista non molto omogeneo. Questa disorganicità, tuttavia, è un mero dato esteriore, poiché, analizzando più attentamente il lavoro in questione, sarà abbastanza facile notare come il disco sia chiaramente bipartito, così che in ognuna delle due facciate emerga rispettivamente l’eccentrico stile cantautorale di Dashiell Hedayat prima e la caotica visionarietà dei Gong poi. Il lato A di Obsolete è interamente occupato da una suite in tre movimenti,  Eh, Mushroom, Will you Mush my Room?. Il primo, Chrysler, è uno strampalato e irrequieto rock, un’ode lisergica ed iperelettrificata che Léger dedica alla sua auto rosa all’interno della quale vive come se fosse una vera e propria casa. Il secondo, Fille de l’ombre, è un brevissimo intermezzo dove la reiterata cantilena del titolo si sovrappone ai rumori di sottofondo e alle grida filtrate di Gilli Smyth. Il terzo e ultimo movimento è Long song for Zelda, una dolce ballata che nei primi minuti appare non lontana da alcune stralunate melodie di Syd Barrett ma che nel finale viene completamente stravolta prima dall’abbaiare di Léger – si prenda questa considerazione alla lettera e non come una malignità, poiché il verso imitato dal cantautore francese è proprio il latrare di un cane – e poi dalla sovraincisione della voce di William Burroughs. Il lato B del disco è occupato invece da un solo brano, Cielo Drive, 17, ed è qui che più emerge l’arte combinatoria dei Gong. In oltre ventuno minuti di dispiega un collage di suoni sfrenato e anarcoide, un’orgia strumentale da vaudeville, un delirio spaziale nella migliore tradizione del gruppo di Daevid Allen e sul quale aleggia a tratti, surreale e distante, la recitazione di Dashiell Hedayat.

     Avvertenze: dato il potenziale allucinatorio maneggiare con estrema cura. Può indurre stati di trance, sonno ipnotico ed ebbrezza mistica.

 

Brano migliore: A voi l’ardua sentenza.

 

Perché è su Relics: Perché la collaborazione tra un freak parigino che vive in una Chrysler rosa anni ’50 e un manipolo di alieni, alias Gong, non poteva certo essere ignorata.    

 

Dove ascoltarlo: In macchina, di notte, mentre tutti vanno in discoteca. NB: se siete in possesso di una Chrysler del suddetto colore sarebbe meglio, al limite accontentatevi della vostra auto, quale che essa sia.  

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29/4/2009 - C'era una volta a Canterbury...

 

 

KHAN

Space Shanty (1972)

 

     Alla fine degli anni ’60 andava prendendo forma quella che poco più tardi, dal nome della città inglese che ne sarà l’ambiente principale, verrà battezzata all’unanimità «scena di Canterbury». Proprio in questo stesso circuito, per mano del chitarrista Steve Hillage e del tastierista Dave Stewart, nascerà il progetto Uriel. Grazie a un’intensa attività concertistica la band si guadagnerà una certa fama, senza tuttavia riuscire a procacciarsi nessun valido contratto discografico. Nel 1969, prima che Stewart si separasse dal compagno per dar vita agli Egg, con l’ausilio di altri musicisti i due licenziarono un album a nome Arzachel. Da allora le loro carriere prenderanno direzioni diverse, con Stewart attivamente coinvolto negli Egg – con i quali inciderà tre album – e Hillage impegnato a frequentare le lezioni della Kent University. Gli studi, però, non distolgono quest’ultimo dalla passione per la musica, e nello stesso periodo – in cui frequenta due gruppi che avranno in seguito una certa notorietà, i Caravan e gli Spirogyra – compone e archivia parecchi brani. Nel 1971 ritrova il compagno Dave Stewart e gli propone di aiutarlo nelle registrazioni per un nuovo progetto – i Khan appunto – il cui materiale è già quasi tutto pronto. I due rimediano un buon contratto discografico con la Deram e l’anno successivo, insieme al bassista Nick Greenwood – già con I Crazy World of Arthur Brown – e al batterista Eric Peachey, incidono l’album Space Shanty.

     Già da queste poche note storiche si evince quello che la critica ha messo ripetutamente in evidenza a proposito della cosiddetta scena di Canterbury, e cioè che al di là delle formazioni, i singoli musicisti hanno da sempre collaborato tra di loro, a volte dando vita a progetti paralleli, altre partecipando come ospiti ai lavori di band variamente imparentate fra di loro, altre ancora mettendo insieme degli ensemble utili per il solo spazio di un disco. Come si vede è questo il caso dei Khan, i quali – dal momento che Hillage, com’è noto, andrà prima a far parte dei Gong di Daevid Allen, con i quali registrerà la trilogia di Flying Teapot, e poi intraprenderà la carriera da solista – non avranno seguito alcuno dopo Space Shanty. Questo, com’è lecito, potrebbe far pensare a dei brani un po’ estemporanei e improvvisati, ma non è certo il caso del lavoro che stiamo prendendo in esame. Senza timore d’affermazioni oltremodo iperboliche, è legittimo – nonché doveroso – dare a questo disco la posizione che merita, ossia un posto tra i migliori album non solo del Canterbury sound ma del progressive inglese in generale. Lontano sia dall’inguaribile malinconia dei Caravan (o degli Hatfield and the North) che dal piglio jazz di molte formazioni canterburiane, Space Shanty possiede tuttavia la vena sognante degli uni e la perizia tecnica delle altre, mescolando sapientemente il delirio cosmico dei Van der Graaf Generator con l’epicità degli Uriah Heep e un certo andamento freak tipico della scena di Canterbury. 

     Voler descrivere le sei tracce che compongono l’album sarebbe forse troppo pretenzioso, data la complessità di ogni brano e la sovrapposizione di atmosfere e stili che li contraddistingue. Si potrebbe sottolineare il fascino della voce di Greenwood – specie in Driving to Amsterdam, dove risulta ancor più calda ed emozionante – oppure il cantato di Hillage, più teso e graffiante, a ben sostenere i brani nei quali domina in misura maggiore il decostruttivismo degli schemi convenzionali; potrebbero venir ricordati ancora gli splendidi assolo di chitarra – soprattutto quello che esplode improvviso in Stranded Effervescant Psychonovelty N0.5 – o le meraviglie sonore create dalle tastiere di Stewart, ora delicate ora aggressive, sempre in evidenza ma senza mai risultare invasive. Si potrebbe dire molto altro ancora, su ogni singolo musicista, su ogni singola canzone, persino su ogni singolo passaggio o frammento dell’album, ma perché perseverare? E perché voi dovreste continuare a perder tempo leggendo questa recensione? Quello che c’era da sapere lo avete saputo, non vi resta che procurarvi improrogabilmente e il più in fretta possibile questo gioiello senza tempo.

 

Brano migliore: Stranded Effervescant Psychonovelty N0.5

 

Perché è su Relics: E dove volete che sia se no?

 

Dove ascoltarlo: In macchina percorrendo il tunnel della Manica diretti a Canterbury.   

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27/4/2009 - Frittelle cosmiche dalla Germania

 

 

PANCAKE

Roxy Elephant (1975)

 

     Poco o nulla si sa di questa misconosciuta band tedesca che, ahimè, condivide con numerosi altri artisti del periodo l’infelice destino di aver inciso dei capolavori obliati inesorabilmente dal tempo e dal disinteresse collettivo. Ma niente paura, affinché si renda onore e giustizia a chi – come i Pancake – è stato indegnamente sepolto sotto una coltre di polvere ultra-trentennale, e raramente o mai fatto oggetto della doverosa imperativa attenzione, c’è Relics!

     In un miracoloso connubio di sonorità prossime allo sperimentalismo tipico del kraut-rock e divagazioni progressive di chiara ascendenza inglese, l’album si pone a metà strada fra le due correnti, ma senza per questo risultare ibrido o frammentario, bensì facendo un abile e accorto uso dei migliori ingredienti dell’una e dell’altra scuola musicale. È così che Roxy Elephant vive in un suo perenne equilibrio, diviso equamente fra la spontanea e disinvolta tendenza per la struttura libera, la psichedelia, le digressioni della Kosmische Musik da un lato, e un certo raffinato manierismo, avvertibile a tratti nel cantato o negli splendidi intrecci delle due chitarre, dall’altro.

     Proprio sulle voci e le due chitarre, impegnate in perenni scambi e sovrapposizioni, si basa Hellfire, brano che apre il disco catturando subito col suo incessante susseguirsi di melodie accattivanti e stacchi più aggressivi. «Fire keep on burning, burning in my hard», intonano i due cantanti, mentre il motivo si fa strada fissandosi inesorabilmente nella memoria. Sulla stessa falsariga è costruita Long Life, sebbene coi suoi riff impetuosi risulta più sbilanciata verso l’hard-rock. Remember alterna invece momenti più acustici a lunghe cavalcate chitarristiche e mirabili stacchi di batteria, il tutto riempito da splendide parti vocali sempre a due voci. Ancor più variegata risulta la lunga Aeroplane, che lungo i suoi tredici minuti spazia dalla soffice ballata al tribalismo percussivo, dai cori allucinati all’ipnotismo degli intrecci fra le due chitarre. Queste ultime sembrano fare quasi a gara durante tutta la durata della canzone, inseguendosi di continuo e tessendo ora melodie orecchiabili ora atmosfere lisergiche e dilatate. Pregevoli anche le brevissime Rollertreppe, End of a day e Harmony, quasi dei divertissement. Chiude l’album il brano omonimo, tutto giocato sull’evoluzione percussionistica che sfocia nel lungo assolo finale di batteria.

     Non rimane che rammaricarsi per la poca fortuna ricevuta da questa band straordinaria – la quale registrerà in seguito altri due album, Out of the ashes (1978) e No illusions (1979), entrambi molto interessanti – e tributargli adesso, anche se con ritardo, il giusto e meritato plauso.  

 

Brano migliore: Aeroplane

 

Perché è su Relics:  Perché il mondo sappia che per anni ha ottusamente ignorato uno dei più bei dischi incisi in Germania negli anni 70.

 

Dove ascoltarlo: In metropolitana a Berlino, tenendo gli occhi chiusi e provando a disinteressarsi degli altri passeggeri. 

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25/4/2009 - Quando il jazz era anche rock (e non solo)

 

 

PERIGEO

La Valle dei Templi (1975)

 

     Quale peggior gratifica per un artista che l’essere malignamente paragonato a un altro? E quale miglior soddisfazione, per lui, che l’elevarsi al di sopra delle voci ostili che vorrebbero identificarlo soltanto come un pedissequo imitatore, e riuscire a smentirle, poi, grazie alla propria indubitabile originalità?

     È senz’altro questo, tra i tanti, il caso dei Perigeo, sin dall’esordio etichettati spesso e sbrigativamente come i «Soft Machine italiani». Fermo restando che, se la critica si fosse degnata di un più attento e doveroso ascolto, a sottolinearne l’estro e la sostanziale diversità rispetto alla band di Canterbury sarebbero bastati i precedenti lavori del gruppo (Azimut, 1972; Abbiamo tutti un blues da piangere, 1973; Genealogia, 1974), ecco che l’uscita di quest’album rivoluzionario, inciso subito dopo un fortunato tour di spalla ai Weather Report, mette una volta per tutte le cose in chiaro e consacra i Perigeo quale splendida realtà del panorama jazz-rock non soltanto nazionale.

     Se i dischi precedenti erano serviti a creare un sound e uno stile fortemente personale, infatti, La Valle dei Templi non fa che portare a completa maturazione il discorso intrapreso sin dagli inizi. Fattore determinante, oltre a un maggior affiatamento e ad una palese crescita stilistica del quintetto capitanato da Giovanni Tommaso (senz’altro uno dei migliori e più innovativi contrabbassisti italiani), e comprendente inoltre Bruno Biriaco alla batteria, Claudio Fasoli al sax, Tony Sidney alla chitarra e Franco D'Andrea al piano,  è forse l’intervento del percussionista Tony Esposito – qui in veste di ospite – il quale riesce a donare alla sezione ritmica una più intensa dinamicità, contribuendo così a rendere i brani dell’album meno statici e più vitali rispetto ai lavori del passato.

     Tamale esordisce subito in modo impetuoso, con tutti e cinque gli strumenti impegnati in una vertiginosa scala pentatonica, cui seguono diversi temi e improvvisi stacchi di piano elettrico. 2000 e due notti ci immerge invece in quella che è una costante di molte delle undici canzoni presenti sul disco, e cioè un’atmosfera evocativa, a volte addirittura rarefatta, carica di mistero, ma squarciata continuamente dalle improvvise apparizioni del sax e della chitarra (trattata con robuste distorsioni e wah-wah) e da repentini cambi di tempo. Altrettanto 'misteriose' sono Eucalyptus e Alba di un mondo, minacciosa la prima, con le sue lunghe note di chitarra elettrica e l’incedere marziale della batteria, sognante l’altra, con un sax stridente che emerge sopra tutti gli altri strumenti. Cantilena è un brano raffinato, al quale le particolarissime armonie del piano e un tema semplice ma efficace regalano una certa aria di spensierata dolcezza. Looping è un geniale jazz in ¾, sospinto da una base ritmica incalzante e dal potente suono del basso distorto. Il gran lavoro di Giovanni Tommaso emerge anche in Periplo, brano parecchio articolato in cui il refrain di chitarra e sax viene magistralmente scandito da un robusto incedere percussivo. Introdotto da un un’atmosfera quasi sinistra, La Valle dei Templi è un piccolo gioiello dai toni cangianti sul quale si alternano via via intonazioni vocali, effetti elettronici, cambi ti tempo e ricami strumentali che sfociano poi nel parossismo finale della chitarra. Mistero della Firefly, dopo un’introduzione che sembrerebbe presagire un pezzo dilatato e tenue, si trasforma invece in una grande cavalcata dove gli strumenti fanno a gara per staccarsi vicendevolmente dal magnifico tema, salvo poi rientrare nel tessuto principale, in un alternarsi incredibile di parti solistiche e corali. Pensieri è un brano distensivo, giocato quasi tutto sul pianoforte e le tastiere, mentre Un cerchio giallo, con la chitarra acustica e i suggestivi intrecci di sax e piano, chiude nella miglior maniera possibile un album capolavoro.

     La Valle dei Templi è il frutto di una band dotata di grande virtuosismo, capace di una perizia tecnica mai ridondante e fine a se stessa, e che nel corso degli anni ha saputo brillantemente oltrepassare i canoni e i cliché del jazz-rock, del prog, e di qualsiasi altra scomoda, arbitraria e inutile etichetta proposta dalla critica specializzata.

 

Brano migliore: Mistero della Firefly

 

Perché è su Relics: Perché azzardare un paragone tra i Perigeo e un qualsiasi altro gruppo è un sacrilegio.

 

Dove ascoltarlo: Davanti al Tempio della Concordia nella Valle dei Templi di Agrigento, come sembrerebbe suggerire l’affascinante copertina, sebbene si possa apprezzare benissimo anche stando comodamente seduti nella poltrona di casa propria.      

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