27/4/2009 - Frittelle cosmiche dalla Germania
PANCAKE
Roxy Elephant (1975)

Poco o nulla si sa di questa misconosciuta band tedesca che, ahimè, condivide con numerosi altri artisti del periodo l’infelice destino di aver inciso dei capolavori obliati inesorabilmente dal tempo e dal disinteresse collettivo. Ma niente paura, affinché si renda onore e giustizia a chi – come i Pancake – è stato indegnamente sepolto sotto una coltre di polvere ultra-trentennale, e raramente o mai fatto oggetto della doverosa imperativa attenzione, c’è Relics!
In un miracoloso connubio di sonorità prossime allo sperimentalismo tipico del kraut-rock e divagazioni progressive di chiara ascendenza inglese, l’album si pone a metà strada fra le due correnti, ma senza per questo risultare ibrido o frammentario, bensì facendo un abile e accorto uso dei migliori ingredienti dell’una e dell’altra scuola musicale. È così che Roxy Elephant vive in un suo perenne equilibrio, diviso equamente fra la spontanea e disinvolta tendenza per la struttura libera, la psichedelia, le digressioni della Kosmische Musik da un lato, e un certo raffinato manierismo, avvertibile a tratti nel cantato o negli splendidi intrecci delle due chitarre, dall’altro.
Proprio sulle voci e le due chitarre, impegnate in perenni scambi e sovrapposizioni, si basa Hellfire, brano che apre il disco catturando subito col suo incessante susseguirsi di melodie accattivanti e stacchi più aggressivi. «Fire keep on burning, burning in my hard», intonano i due cantanti, mentre il motivo si fa strada fissandosi inesorabilmente nella memoria. Sulla stessa falsariga è costruita Long Life, sebbene coi suoi riff impetuosi risulta più sbilanciata verso l’hard-rock. Remember alterna invece momenti più acustici a lunghe cavalcate chitarristiche e mirabili stacchi di batteria, il tutto riempito da splendide parti vocali sempre a due voci. Ancor più variegata risulta la lunga Aeroplane, che lungo i suoi tredici minuti spazia dalla soffice ballata al tribalismo percussivo, dai cori allucinati all’ipnotismo degli intrecci fra le due chitarre. Queste ultime sembrano fare quasi a gara durante tutta la durata della canzone, inseguendosi di continuo e tessendo ora melodie orecchiabili ora atmosfere lisergiche e dilatate. Pregevoli anche le brevissime Rollertreppe, End of a day e Harmony, quasi dei divertissement. Chiude l’album il brano omonimo, tutto giocato sull’evoluzione percussionistica che sfocia nel lungo assolo finale di batteria.
Non rimane che rammaricarsi per la poca fortuna ricevuta da questa band straordinaria – la quale registrerà in seguito altri due album, Out of the ashes (1978) e No illusions (1979), entrambi molto interessanti – e tributargli adesso, anche se con ritardo, il giusto e meritato plauso.
Brano migliore: Aeroplane
Perché è su Relics: Perché il mondo sappia che per anni ha ottusamente ignorato uno dei più bei dischi incisi in Germania negli anni 70.
Dove ascoltarlo: In metropolitana a Berlino, tenendo gli occhi chiusi e provando a disinteressarsi degli altri passeggeri.
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