1/5/2009 - Quando gli alieni atterrarono a Parigi
DASHIELL HEDAYAT
Obsolete (1971)

È forse noto come Daevid Allen, primo chitarrista dei Soft Machine, venisse bloccato in Francia durante una tournée col suo gruppo e costretto così a rimanere a Parigi – pare per irregolarità nel passaporto – mentre i compagni facevano ritorno in Inghilterra. E altrettanto nota dovrebbe essere la successiva nascita dei Gong, per opera dello stesso Allen e di numerosi altri musicisti del circuito underground parigino, la cui carriera prese le mosse proprio nella Francia del ‘68.
Dashiell Hedayat è lo pseudonimo col quale l’artista e cantautore francese Jack-Alain Léger pubblicò il suo secondo album (il primo – La Devanture des ivresses, 1969 – era stato pubblicato con lo pseudonimo di Melmoth) avvalendosi della collaborazione di Daevid Allen, Christian Tritsch, Didier Malherbe, Gilli Smyth e Pip Pyle, ossia la formazione dei Gong quasi al completo prima che questa facesse rotta verso l’Inghilterra e desse vita alla famosa trilogia della «teiera volante».
Così, da questa occasionale ma fortunata cooperazione, è nato Obsolete, album bizzarro e a prima vista non molto omogeneo. Questa disorganicità, tuttavia, è un mero dato esteriore, poiché, analizzando più attentamente il lavoro in questione, sarà abbastanza facile notare come il disco sia chiaramente bipartito, così che in ognuna delle due facciate emerga rispettivamente l’eccentrico stile cantautorale di Dashiell Hedayat prima e la caotica visionarietà dei Gong poi. Il lato A di Obsolete è interamente occupato da una suite in tre movimenti, Eh, Mushroom, Will you Mush my Room?. Il primo, Chrysler, è uno strampalato e irrequieto rock, un’ode lisergica ed iperelettrificata che Léger dedica alla sua auto rosa all’interno della quale vive come se fosse una vera e propria casa. Il secondo, Fille de l’ombre, è un brevissimo intermezzo dove la reiterata cantilena del titolo si sovrappone ai rumori di sottofondo e alle grida filtrate di Gilli Smyth. Il terzo e ultimo movimento è Long song for Zelda, una dolce ballata che nei primi minuti appare non lontana da alcune stralunate melodie di Syd Barrett ma che nel finale viene completamente stravolta prima dall’abbaiare di Léger – si prenda questa considerazione alla lettera e non come una malignità, poiché il verso imitato dal cantautore francese è proprio il latrare di un cane – e poi dalla sovraincisione della voce di William Burroughs. Il lato B del disco è occupato invece da un solo brano, Cielo Drive, 17, ed è qui che più emerge l’arte combinatoria dei Gong. In oltre ventuno minuti di dispiega un collage di suoni sfrenato e anarcoide, un’orgia strumentale da vaudeville, un delirio spaziale nella migliore tradizione del gruppo di Daevid Allen e sul quale aleggia a tratti, surreale e distante, la recitazione di Dashiell Hedayat.
Avvertenze: dato il potenziale allucinatorio maneggiare con estrema cura. Può indurre stati di trance, sonno ipnotico ed ebbrezza mistica.
Brano migliore: A voi l’ardua sentenza.
Perché è su Relics: Perché la collaborazione tra un freak parigino che vive in una Chrysler rosa anni ’50 e un manipolo di alieni, alias Gong, non poteva certo essere ignorata.
Dove ascoltarlo: In macchina, di notte, mentre tutti vanno in discoteca. NB: se siete in possesso di una Chrysler del suddetto colore sarebbe meglio, al limite accontentatevi della vostra auto, quale che essa sia.
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